Trump vs Clinton: il game show delle presidenziali

di Laura Olivazzi

Il sipario è calato, il dado è tratto e la Casa Bianca ha un nuovo inquilino: Donald Trump è il neoeletto presidente degli Stati Uniti, tra reazioni contrastanti e prospettive future a tinte non ancora definite. Lo scontro elettorale Trump-Clinton è stato il più mediatico di sempre, inteso come game show fatto di colpi di scena e scandali, capaci di tirare in ballo anche l’FBI. Un grande reality show a stelle e strisce nel quale, tuttavia, si sono decise le sorti dell’intero pianeta, più che del paese in sé.

Al di là del credo politico, è interessante notare la portata dell’evento in termini di comunicazione e percezione, soprattutto in virtù del fatto che queste siano state le prime elezioni che abbiano coinvolto l’intera generazione Millennials, se non altro in termini di consapevolezza e formazione di una coscienza politica. I giovani adulti d’età compresa tra i 18 e i 34 anni, pur restando scettici sulle questioni elettorali, hanno traghettato parte dei voti dal versante Democratico alla parte Repubblicana: mentre i consensi di Obama tra i Millennials si attestavano al 60%, la percentuale cala di due punti per Hillary Clinton, con il 58%. Trump è stato invece preferito dal 22% dei Millennials. Il punto di riferimento principale per lo scambio d’opinioni politiche resta sempre Facebook, che, secondo il report “The Millennial impact project 2016”, è utilizzato dal 91% del campione intervistato. Del resto, l’esplosione di meme, fotomontaggi, gif e video virali che ironizzano sul clima politico, entrano a buon diritto nelle strategie di comunicazione politica non convenzionale, consegnando ai Millennials un inaspettato ruolo di influencer.

Veniamo alla questione fondamentale di questi giorni. La domanda che risuona in tutto il mondo è sostanzialmente la stessa: Perché ha vinto Trump?

I motivi possono essere individuati in diverse aree tematiche, dalle più social alle più tradizionali, passando per la cosiddetta “pancia” dell’elettorato che pure ha svolto un ruolo fondamentale nella vicenda Brexit, come testimonia la storia più recente.

1.LOTTA TRA HASHTAG

Che sia in guerra e in politica, si sa, le sfide più avvincenti della contemporaneità si giocano sul multiforme campo del web, con particolare riferimento ai social network. In questo territorio tutto da esplorare, gli hashtag rappresentano una chiave di lettura emblematica: nel caso di Trump vs. Clinton la partita si giocava tra #MakeAmericaGreatAgain e #ImWithHer, letteralmente “Facciamo tornare grande l’America”, slogan di reaganiana memoria, e “Sto con Lei”. Nel primo caso è percepibile l’invito alla cooperazione, al senso d’appartenenza e al patriottismo che da sempre contraddistingue gli americani. Dall’altro, invece, si sottolinea il fattore di genere che attribuisce alla campagna della Clinton un sentore più individualista che collettivo, una sorta di ritorno ai temi del femminismo del ‘900 che, se non del tutto superati, sono obsoleti dal punto di vista della comunicazione. Il web è il luogo ideale per la ritribalizzazione della società, un sentiment che ha visto Trump vincitore indiscusso, anche per il tone of voice dei suoi tweet e commenti, decisamente più diretti e coinvolgenti rispetto a quelli della Clinton

 

2. IL FATTORE EMOZIONALE
Obama insegna: suscitare emozioni, appassionare e coinvolgere un popolo, anche quelli che non ci si accinge a governare. Senza entrare nello specifico sulla tipologia di emozioni in questione, Trump è riuscito nell’intento di smuovere le acque, con uso consapevole del poco politically correct e dei toni accesi, un espediente che, mediaticamente, ricollegandosi alla logica del game show televisivo, funziona da sempre. O quanto meno, riesce a farsi notare tra molti.

3. INTUIZIONE SUI TREND DEL MOMENTO
La politica estera mondiale è attualmente catalizzata su grandi temi, quali Terrorismo islamico con annesse guerre, immigrazione e lavoro. Trump ha intercettato il malcontento relativo a questi filoni politico-sociali e ne ha fatto il leitmotiv della sua campagna elettorale, focalizzandosi più sull’identità nazionale che sulla visione del paese all’estero. Le parole chiave per attirare l’attenzione americana e globale sono esattamente queste, specialmente nell’era in cui tutti possono esprimersi e informarsi tramite device personali. Gli stessi sui quali si manifesta quotidianamente la disapprovazione verso il cosiddetto establishment dell’elite, una struttura non esattamente gradita al popolo che in Europa si è tradotta con la vittoria di #Brexit dello scorso giugno.

4.COLPO DI SCENA
Appena prima dello spoglio elettorale, tutto il pianeta dava Hillary Clinton per vincitrice, favorita da sondaggi e stampa, nonostante gli scandali tirati fuori al momento giusto. Trump era l’outsider alla sua prima esperienza politica, il miliardario sopra le righe che ha fatto storcere il naso a molti, soprattutto al di fuori dei confini. Il quadro disegnato all’interno è completamente diverso, al personaggio di lunga esperienza politica quale Hillary Clinton, l’America ha preferito l’outsider vincente, simbolo di un’America che punta a difendersi, più che a rimarcare la sua supremazia. Con la vittoria di Trump sembra terminare anche la necessità di testimonial vip che sostengano la propria candidatura, com’è successo ad Hillary Clinton, supportata da popstar e celebrità, da Beyoncè a Leonardo Di Caprio, passando per Kim Kardashian, Katy Perry, Lady Gaga e Robert De Niro, senza dimenticare la promesse all’elettorato elargite da Madonna. La potenza social, più che dalla candidata stessa, è stata espressa proprio dai suoi illustri testimonial: in occasione della reunion, il  cast di “Will&Grace”, sitcom di culto degli anni ’90-00, ha realizzato un video a sostegno della Clinton, diventato ovviamente virale:

5.LA MACCHINA DEL GOSSIP
La campagna elettorale che ha visto protagonisti Donald Trump e Hillary Clinton è stata tra le più spietate della storia, soprattutto da un punto di vista legato al voyeurismo e alle verità scomode. Dichiarazioni scandalose e mail incriminate hanno trasformato la sfida presidenziale in un immenso show in cui la politica ha fatto quasi da sfondo, in una cornice che ha fatto di Trump un personaggio assai funzionale da un punto di vista narrativo. Non dimentichiamo, inoltre, che Donald Trump non è di certo un volto noto nel mondo dell’Enterteinment, basti pensare ai numerosi camei in serie tv e film, come “Mamma, ho perso l’aereo” e al reality di successo “The Apprentice”.

 

HEMPSTEAD, NY - SEPTEMBER 26: Republican presidential nominee Donald Trump (R) and Democratic presidential nominee Hillary Clinton (L) shake hands after the Presidential Debate at Hofstra University on September 26, 2016 in Hempstead, New York. The first of four debates for the 2016 Election, three Presidential and one Vice Presidential, is moderated by NBC's Lester Holt. (Photo by Joe Raedle/Getty Images)

Prima di essere un’impresa politica, dunque, la vittoria di Donald Trump è senz’altro una riuscitissima campagna di comunicazione, un lavoro volto a catturare le “pance” degli elettori in un momento critico per l’intero pianeta. Target, obiettivi, tensioni e strategie adoperate sono la prova che dietro ogni presidente eletto, oltre al programma politico, è la comunicazione a fare la differenza. Stupisce che Hillary Clinton, pur lavorando accanto a Barack Obama, simbolo delle nuove tecniche di consenso, non sia riuscita ad inserirsi nel solco tracciato, restando troppo ancorata alla politica tradizionale, fatta di sondaggi e distacco dalla realtà (connessa). Con il suo stile schietto, social e diretto, Trump è riuscito a passare come “uomo del popolo”, pur essendo miliardario, ha persuaso con il fattore emotivo e ha costruito un’immagine di trasparenza che, attraverso i media, diventa di colpo veritiera, passando prima per la percezione degli elettori. L’ardua sentenza è servita.

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