di Salvatore Liguori

I media, si sa, da sempre raccontano spaccati di vita, reale o verosimile che siano, in modo molto aderente alla realtà, grazie al giornalismo, o in modo romanzato con le mille sfaccettature della fiction. Tutti i fatti di cronaca che meritano un certo rilievo nell’agenda setting, trovano spazio e approfondimento all’interno di telegiornali o altri tipi di contenitori informativi e documentari; le geniali menti degli sceneggiatori, invece, possono inventare vite in ambientazioni estreme e lontane dall’audience di riferimento, come il longevo Beautiful che, da quasi sei lustri, racconta le vicissitudini della famiglia Forrester, proprietaria di un’importante casa di moda a Los Angeles.

Prendendo il caso del genere soap che è nato per vendere saponi e detersivi delle aziende statunitensi, le quali, spesso, erano finanziatrici delle opere stesse, oltre che inserzionisti durante la messa in onda, è facile intuire a quale target esse si rivolgano: per lo più casalinghe di medio – basso livello di istruzione ed economico, ben lontane dal potersi identificare, almeno non totalmente, nelle vite dei ricchi salotti losangelini presi come esempio, sfondo di intrighi e amori passionali. Se affrontiamo la questione in termini di mercato e definiamo prodotto le vite dei ricchi personaggi di Beautiful, esse sono di certo una nicchia, perché quel livello di ricchezza certamente non è diffusa tra le masse, eppure il suo racconto ha trovato nella soap opera (amori, intrighi, tradimenti, ecc…) la sua dimensione mainstream.

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Passando ai social network, la piattaforma e il linguaggi cambiano, ma l’oggetto del racconto resta lo stesso: la vita dei ricchi. È di recente diffusione il nuovo social network Rich Kids, una sorta di Instagram riservato ai giovani facoltosi del globo che già contano milioni di likes sul più famoso social fotografico. L’iscrizione prevede la somma di 1000 € al mese, di cui una parte versate in beneficenza, proprio a rilanciare l’esclusività del social, rimarcata dal suo slogan “Se è troppo per te, non è per te“. Se vi state chiedendo cosa ha di mainstream un social del genere, la risposta è presto servita: è possibile accedervi tramite l’account Facebook per navigare tra le foto dei ricchi utenti senza però poter postare nulla. I giovani milionari, quindi, attratti dal poter sguazzare (competere?) tra gente del proprio rango, con il racconto social delle loro vite, diventano (inconsapevolmente) giovani autori di storie date in pasto ai comuni mortali iscritti al social di Zuckerberg.

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In chiusura: i media, vecchi o nuovi che siano, soddisfano la voglia di storie, da sempre caratteristica dell’uomo che vuole raccontare, raccontarsi e farsi raccontare anche ciò che più gli è lontano. È questo il ruolo dei media, raccontare a seconda del fruitore e del mezzo anche realtà distanti, seppur tradotte e adattate con i molteplici linguaggi dei più disparati generi narrativi. E se nel mercato esistono prodotti che interessano a pochi, o fruiti da minoranze per costo e promozione, stiamo certi che una loro narrazione mainstream è sempre possibile.


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